Call center: “Piano rimpatrio” , sindacati divisi. Le aziende: impegno generico
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Il settore dei call center è minacciato da innovazione tecnologica e delocalizzazioni. Basti pensare al caso Almaviva.
Per tutelare i livelli occupazionali il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda è pronto a convocare i principali committenti italiani – le aziende di telecomunicazioni, energia, banche, assicurazioni, tv a pagamento, multiutility – e invitarli a firmare un Protocollo di intesa con cui si impegnano a svolgere il 100% delle attività interne, quelle cioè che utilizzano strutture e personale proprio, sul territorio nazionale senza reindirizzare il traffico al di fuori del Paese. Inoltre è necessario garantire che almeno l’80% dei volumi di chiamate dei call center affidati all’esterno, ovvero in outsourcing, sia effettuato in Italia. E dunque rimpatriato. Un’operazione di reshoring, la chiamano al Mise.
Obiettivo: riportare in Italia i call center. E creare così 20 mila posti di lavoro.
Questo piano non dispiace a Cisl e Uil: “Mette in evidenza la buona volontà del governo di agire in un settore in crisi e chiama in causa i committenti che non devono incidere sui più deboli per sistemare i bilanci”, commenta Vito Vitale, segretario generale di Fistel Cisl.
Critica invece la Cgil: “Non abbiamo ancora visto il testo, ma da quanto capiamo ci sembra un provvedimento inefficace, nonostante abbia il merito di riportare l’attenzione sul settore. Inefficace intanto perché stabilire un tetto del 20% alle delocalizzazioni, non significa solo riportare posti in patria, ma anche incentivare chi non l’ha ancora fatto ad andare all’estero, per un 20% appunto”.
Le aziende specificano inoltre che il Protocollo non è obbligatorio ma impegna solo le aziende che desiderano partecipare a questo percorso. Paolo Sarzana, presidente Assocontact, associazione nazionale dei contact center aderente a Confindustria digitale spiega inoltre “Non sono previsti parametri vincolanti o precisi su come erogare i servizi, né obblighi per le aziende ad essere in regola con il Durc e dunque a pagare i contributi ai lavoratori, o ad avere un sistema di certificazione di qualità. Senza paletti chiari e inequivocabili, lo sforzo apprezzabile del ministro rischia di trasformarsi in una moral suasion generica. Certo, un tentativo di garantire maggior lavoro in Italia, ma non di rimettere in equilibrio un mondo in cui il servizio offerto non è ancora pagato il giusto. E poi è auspicabile che dal Protocollo si passi a una vera riforma del settore, una legge che obblighi tutti a rispettare regole più stringenti”.
