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Evaristo Beccalossi: la fantasia al potere che incantava gli amanti del calcio. Il ricordo dello storico dello sport

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Da Raffaele Ciccarelli (Storico dello Sport affiliato alla Siss Società italiana di storia dello sport) riceviamo e volentieri pubblichiamo questo bel ricordo dell’ex calciatore Evaristo Beccalossi scomparso all’età di 69 anni.

C’è un ruolo nella storia del calcio che ha sempre stimolato particolarmente la passione dei tifosi, facendo innamorare gli appassionati, quello del fantasista. Sarà perché un ruolo legato soprattutto all’estro, sarà perché gli interpreti più grandi non sono mai stati lineari sia nella sua interpretazione, sia nella grande recita della vita stessa, sarà anche perché forse quel ruolo rappresenta l’essenza stessa del calcio, per tutto questo chi lo ha incarnato è stato visto come un vero e proprio eroe, diventando un’icona nella fantasia popolare. Genio e sregolatezza, sempre così sono stati visti George Best, Paul Gascoigne, Gigi Meroni, Alvaro Recoba, così era, forse senza raggiungere gli eccessi dei primi due, Evaristo Beccalossi.

L’inizio della carriera del Bec. Nato a Brescia a metà anni Cinquanta (1956) fu tra le fila delle Rondinelle che iniziò la sua carriera fatta di geniali giocate ed esasperanti pause, prima di passare al nerazzurro dell’Inter, nella stagione 1978/1979. Era, quella, la squadra di Ivanoe Fraizzoli, di Eugenio Bersellini in panchina, di Alessandro Altobelli, di capitan Graziano Bini, di Ivano Bordon tra i pali, di Lele Oriali, unici rimasti dell’ultimo titolo di Campione d’Italia vinto nell’ormai lontana stagione 1970/1971, di un imberbe Beppe Bergomi, che iniziava a muovere i suoi primi passi verso la gloria calcistica, era la sua squadra, era soprattutto l’Inter che andava a vincere lo scudetto nel campionato successivo.

Beccalossi e il grande calcio. Fu la stagione 1979/1980 quella della consacrazione di Beccalossi, contrassegnata, nel suo punto più alto, da una storica doppietta nel derby contro il Milan, una stagione in cui mostrò questa sua caratteristica peculiare, di essere il dodicesimo uomo nelle giornate di vena, ma anche l’uomo in meno quando l’estro decideva di prendersi un turno di riposo. Come, in quest’ultimo caso, capitò nei sedicesimi di Coppa delle Coppe nella stagione 1982/1983, quando contro lo Slovan Bratislava sbagliò due calci di rigore in otto minuti, in un match comunque vinto dai nerazzurri. Un genio del dribbling in campo, tanto che il Sommo Gianni Brera coniò per lui il soprannome Dribblossi, nella consueta felice sintesi breriana che univa cognome a principale caratteristica tecnica, che era appunto quella del dribbling.

La maglia azzurra. La sua bravura attirò anche l’occhio della Nazionale, naturalmente, ma la sua incostanza ne segnò anche il suo ostracismo da parte di Enzo Bearzot che, pur apprezzandone le doti tecniche, sapeva che tanta sregolatezza mal si sposava con la linearità del gruppo che stava costruendo. Una esclusione mal digerita dallo stesso Beccalossi e dai suoi tifosi, perché questa, insieme a quella di Roberto Pruzzo, fu la chiave della contestazione al Vecio CT alla vigilia della partenza per la Spagna, che si sarebbe conclusa in trionfo.

Il tramonto del Bec. La riapertura delle frontiere portò all’ingaggio, da parte dell’Inter, di Hansi Müller, di pari fantasia ma di maggiore regolarità, e Beccalossi iniziò un giro di squadre passando per Sampdoria, Monza, di nuovo Brescia, fino a chiudere a Barletta nei professionisti e a giocare le sue ultime partite tra i dilettanti. Il seguito della sua vita è stato tra ruoli dirigenziali e di opinionista, sempre legato ai colori nerazzurri della sua Inter, di cui è riuscito a festeggiare l’ultimo scudetto, prima che la lunga malattia lo portasse via, nell’ultimo dribbling di un giocatore diventato icona.

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