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“I giovani sono il giorno che verrà” – Intervista a Massimo Ranieri

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Incontrare Massimo Ranieri è uno degli onori e dei privilegi che ognuno di noi nella vita può avere, ma non solo per il “personaggio” che è e che rappresenta, ma perché ti rendi conto di quanta umanità può trasmetterti anche con un semplice stretta di mano. L’attore napoletano si concede a 360°, un po’ schivo però quando si tratta di parlare della sua vita privata.

Tra i sogni di quando era uno scugnizzo, i ricordi dei suoi primi passi mossi sul palco, Massimo non si vergogna a raccontarsi e a farsi conoscere per quello che lui realmente è, non omettendo neanche uno dei suoi più grandi rammarichi, quello di essere arrivato solo alla quinta elementare. Presso il Teatro dell’Università degli Studi di Salerno, Massimo ha tenuto una vera e propria “lezione di vita”. ART News ha incontrato l’attore.

Hai tenuto una masterclass presso il Teatro dell’Università degli Studi di Salerno. Cosa significa per un’artista come te, abituato a calcare importanti palcoscenici, ritrovarsi di fronte ad una platea formata da giovani speranze?

“Per me oggi è un giorno un po’ particolare dal momento che ho frequentato molto poco la scuola. É come se avessi incontrare un “me stesso” di cinquant’anni fa e rivedo in loro il ragazzino che ero. Questo è un modo per vedere come vivono le nuove generazioni, ma sopratutto cosa pensano del futuro che stanno costruendo, a cosa ambiscono e a cosa aspirano”.

Qual è il messaggio che vuoi dare a chi ambisce a fare il tuo lavoro, o comunque ai giovani che si vedono rubare il proprio futuro?

“Non sono consono dispensare messaggi, al massimo posso dare dei consigli vista anche la mia tarda età (ride). Dico loro di credere in quello che fanno, che è molto importante e vale molto di più di mille progetti che si pensano. Credo che basta credere in un’idea e cercare di portarla avanti il più possibile”.

A proposito di questo, quanto è importante la gavetta?

“La vita è fatta di sacrifici, per cui bisogna renderli il più leggeri possibile. Perché il sacrificio è un qualcosa difficile da portare e sopportare, però se uno lo prende con filosofia, e noi del Sud in questo siamo dei maestri, potrebbe portarli a termine anche con quella dose di leggerezza che in questi casi non basta mai”.

Come spieghi un successo così duraturo e che sei riuscito a raggiungere in tutti gli ambiti dello spettacolo dalle canzoni, al teatro alla tv? Verrebbe da dire che tutto quello che tocchi diventa oro.

“Non so spiegarmelo neanche io in effetti. Mi ritengo una persona molto fortunata. Sai quando ero ragazzino non ho avuto la fortuna di poter studiare, sono arrivato solo fino alla quinta elementare, però sapevo cantare e devo ringraziare i mie maestri dell’epoca che hanno sempre assecondato e supportato questa mia dote. Ho sempre fatto quello che mi piaceva con il coraggio di cambiare. Sul palco sono molto pignolo, esigente. Il pubblico non è facile da accontentare, soprattutto all’inizio. Devi avere l’audacia e la voglia di rinnovarti, di sperimentare, devi “metterti a nudo”. E poi, ovviamente, gli sforzi fatti vengono sempre ripagati”.

Ti è rimasto qualcosa di quando eri uno “scugnizzo”?

“Sicuramente il mio essere ragazzino è rimasto immutato, e con lui non mi ha mai abbandonata la mia voglia di divertirmi. Sai bene che ad una certa quel fanciullino, che ognuno di noi porta dentro, per forza di cose deve divenire un uomo, e quindi tendiamo a schiacciarlo e a reprimerlo. Quando ho scoperto ciò l’ho lasciato libero, ed è proprio il ragazzino che c’è in me che mi dà la spinta, l’entusiasmo. Ricordo che mia madre, quando avevo 7 anni mi disse che dovevo andare a lavorare, ed io mi alzavo presto al mattino. Adesso vedo le madri con i loro bambini sotto mano che li portano in giro, e penso che io tutto questo non l’ho avuto, ma perché la mia famiglia aveva bisogno che tutti noi figli aiutassimo in casa”.

Napoli è una città dalle mille sfaccettature. Che significa per te essere partenopeo e quanto questo per te è stato importante?

“Penso che non sarei così se non fossi nato a Napoli. Ricordo che una volta il mio amico di tante battaglie, Gianni Morandi, mi ha detto di essere molto fortunato per il fatto di essere nato a Napoli”.

Hai portato il grande Eduardo De Filippo in televisione con “Napoli milionaria”. Nella mente di tutti è rimasto il ricordo della battuta finale del protagonista: “adda passà a nuttata”. Questa frase, oggi, quanto pensi che sia attuale?

“Dolorosamente dico che la nottata non sia mai passata. Lo dico con rammarico, e non con ironia, perché penso che la “nottata” stenta ad andare via. Ogni tanto arriva qualcuno che ci fa credere che lì, in fondo al tunnel, si vede una luce. Ma penso che più quel qualcuno parli e più quel punto bianco di speranza si allontana. E alla fine mi sono convinto che questa non notte non passerà se non siamo noi a desiderare che passi con grande voglia e volontà. Noi ci proviamo, ma ciò soprattutto lo dico ai giovani, perché essi sono la luce in fondo al tunnel. Dico una cosa pleonastica, i giovani sono il futuro di questo paese, essi sanno di esserlo anche se gli viene detto che così non è. I giovani sono la nostra forza, la nostra speranza e il giorno che verrà”.  

MARINA ILLIANO

Email: m.illiano@art-news.it

Twitter: @marinailliano

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