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Marino: la fine annunciata del sindaco marziano

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8 ottobre 2015, pochi minuti prima delle 20, Ignazio Marino, con le spalle al muro, rassegna le sue dimissioni da Sindaco della capitale. La sua esperienza giunge al capolinea per la polemica, sterile, attorno alla nota spese, da lui stesso pubblicata per rispondere alle accuse che gli erano state mosse in seguito al suo viaggio negli Stati Uniti.
Due esposti uno di Fratelli d’Italia e l’altro del Movimento 5 stelle, accusano il sindaco di peculato, a fronte di scontrini sospetti per un valore totale minore di 1000€, e a nulla serve la promessa di restituire alle casse del comune tutti i 20.000€ spesi in due anni di tasca propria.

Ma nulla toglie la sensazione che Marino sia stato vittima di un gioco molto più perverso e subdolo, attuato prima di tutto dal suo stesso partito. Il PD non perde occasione per cannibalizzare ogni forma di dissenso interno. L’insoddisfazione a via del Nazzareno nei confronti del primo cittadino di Roma è qualcosa che andava avanti da troppo tempo.

Risulta quanto meno fuori luogo che il presidente del Consiglio in carica, seppur non eletto, pretenda le dimissioni di un sindaco, legittimamente scelto dal 63% dei cittadini, per un’accusa, tutta da dimostrare, di presunto peculato, dopo aver nominato sottosegretario, indagati per lo stesso illecito, aver stretto accordi con Verdini, che è stato rinviato a giudizio per corruzione, salvato Azzolini del ncd dall’arresto. Marino e i romani meriterebbero chiarezza almeno su questo aspetto.

E’assolutamente comica la reazione di giubilo da parte della destra romana, che ha dimenticato, forse troppo presto, lo sfascio che Alemanno è riuscito a portare durante il suo mandato, non vedendo l’ora di poter finalmente scaricare su qualcun altro le proprie frustrazioni.

Restano indubbie le gaffe di un uomo poco abituato agli ambienti della politica che si sono rivelate delle vere e proprie armi contro di lui, che in due anni aveva iniziato una battaglia su più fronti contro tutte le lobby che da decenni influenzano la politica romana.

Ora si apre una pagina delicatissima per il governo della capitale. A meno di clamorosi ripensamenti, il 27 ottobre le dimissioni diventeranno irrevocabili e a quel punto mancheranno solo 43 giorni all’inizio del Giubileo straordinario, e il prefetto Gabrielli, dovrà cercare un commissario in grado di portare avanti una macchina amministrativa fatta di 14 municipi, 15 dipartimenti e 15 società. Perché, qualora qualcuno se lo fosse scordato, la carica del sindaco, in una metropoli vasta e difficile quale è la capitale d’Italia, è solo la punta dell’iceberg. Facendo cadere Marino, il pd, sel e tutta la giunta si è assunta la responsabilità anche di sollevare dall’incarico tutti i presidenti, assessori e vicepresidenti che per statuto godono di autonomia gestionale, finanziaria e contabile.

lo scenario più accreditato è quello che vorrebbe delle nuove elezioni nella primavera del 2016. Il PD ora sarà impegnato a cercare un nome nuovo, e Renzi ha già detto che stavolta sarà lui a deciderlo, forse per non incappare in un marino-bis, che a questo punto è chiaro che al Nazzareno non hanno alcuna intenzione di accettare. Il Movimento 5 stelle invece sembra già pronto alla campagna elettorale, forte dell’opposizione di questi ultimi due anni, e con le idee ben chiare su cosa fare per risollevare le sorti della capitale. Manca da capire come intendono farlo, e sopratutto chi sarà il loro candidato. I nomi di Roberta Lombardi e Alessandro Di Battista, che ieri circolavano in città come i nuovi salvatori della patria, stamattina sono stati smentiti dallo statuto del movimento che impedisce di abbandonare un incarico per un altro. Non ultimo alle urne si presenterà lo schieramento di centro destra che dovrebbe riunirsi attorno alla figura di Giorgia Meloni.

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