20/10/2021

ART News

Le Notizie in Tempo Reale

Quarant’anni fa il terremoto dell’Irpinia, tra lentezza dei soccorsi, ricostruzione e sciacallaggio

2 min read

Quaranta anni fa il sisma dell’Irpinia che causò quasi 3mila morti, più di 8mila feriti e 300mila senzatetto tra Campania e Basilicata e arriva il messaggio del presidente Mattarella: “Nella ricorrenza del più catastrofico evento della storia repubblicana desidero anzitutto ricordare le vittime, e con esse il dolore inestinguibile dei familiari, ai quali esprimo i miei sentimenti di vicinanza”.
“L’opera di ricostruzione – prosegue Mattarella – ha mobilitato energie, in un percorso non privo di problemi e contraddizioni, con insediamenti divenuti parte di una rete economica e sociale di rilevante importanza per il Mezzogiorno e l’intero Paese”

A quarant’anni da quel tragico 23 novembre 1980, il sisma dell’Irpinia è una ferita ancora aperta: per una ricostruzione non ancora completata, per una riqualificazione di fatto mai intrapresa, per i ricordi indelebili di chi, in 90 secondi, ha perso tutto. Perché alle 19:34 di quella domenica, un sisma di magnitudo 6.9 della scala Richter fratturò anima e ossa di Irpinia e Basilicata, causando quasi tremila vittime. Il terremoto devastò Campania e Basilicata e allargò la sua onda ai vicini Molise e Puglia, fino alla Pianura Padana a nord e alla Sicilia a sud.

Simbolo di quello che, per molti abitati, è ancora oggi semplicemente “il terremoto dell’80” resta il crollo del soffitto della Chiesa Madre di Balvano (Potenza), che seppellì 66 persone, per la maggior parte bambini e ragazzi. Un’intera generazione del paese venne cancellata, quel giorno. Alcuni Comuni vicini all’epicentro – tra i quali Sant’Angelo dei Lombardi, Lioni, Conza della Campania, Castelnuovo di Conza, Santomenna, Laviano, Muro Lucano – furono quasi rasi al suolo, altri gravemente danneggiati.

Oggi in quei territori la ricostruzione è quasi completata, ma il quarantennale restituisce ancora ricordi drammatici a causa dei ritardi nei soccorsi, che l’allora presidente della Repubblica Sandro Pertini denunciò con voce alta e fermissima.

A questo, va aggiunta l’esasperante lentezza che ha accompagnato il processo di ricostruzione delle case. Quindi l’odissea degli sfollati, accampati con l’imperversare del freddo e della neve, prima nelle tende e nei vagoni ferroviari, poi nelle roulotte, poi nei container e per qualcuno un prefabbricato è stata l’ultima casa in cui hanno vissuto.

Infine lo sciacallaggio, al centro di numerosissime inchieste giudiziarie, di chi ha approfittato di quella immane tragedia per allungare le mani sulle ingentissime risorse stanziate dallo Stato, oltre 50mila miliardi di lire. Quelle deprecabili ruberie hanno condizionato negativamente e drasticamente il futuro di sviluppo ed industriale per quelle aree martoriate.