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Valanghe sul Monte Bianco, due episodi in dieci giorni: la montagna torna a fare paura

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Il massiccio del Monte Bianco torna a essere teatro di drammi sulla neve. Nel giro di poco più di una settimana, due distinti episodi hanno coinvolto sciatori su entrambi i versanti, italiano e francese, riportando al centro dell’attenzione il tema della stabilità del manto nevoso e i rischi del fuoripista.

Il primo episodio si è verificato il 15 febbraio, una decina di giorni fa, nel canale del Vesses, in Val Veny, sopra Courmayeur. Una slavina si è staccata in mattinata travolgendo un gruppo di scialpinisti, presumibilmente di nazionalità francese. Il bilancio è pesantissimo: due vittime, un uomo e una donna, e un ferito in condizioni gravissime, trasportato all’ospedale Città della Salute-Molinette di Torino. Sul posto sono intervenuti il Soccorso Alpino valdostano, la Guardia di Finanza di Entrèves e tre elicotteri impegnati nella ricerca di eventuali segnali Artva per la ricerca dei travolti. Il distacco è avvenuto in una giornata classificata con grado di pericolo 4 su 5: condizioni critiche, alimentate dalle recenti nevicate, dalle escursioni termiche e dal vento in quota, che avevano reso instabili i pendii più ripidi.

Ieri, scenario diverso ma stesso massiccio. Nel comprensorio sciistico de La Flégère, sul versante francese di Chamonix, una valanga di notevoli dimensioni si è staccata dalla cima della montagna intorno a mezzogiorno, travolgendo un gruppo di sciatori. Tre persone sono rimaste quasi completamente sepolte, ma sono state estratte vive e illese grazie alla tempestività dei soccorsi. Alle operazioni hanno preso parte oltre 60 operatori, tra gendarmeria di alta montagna, guide alpine della Compagnie des Guides de Chamonix, maestri di sci e quattro unità cinofile. In quella giornata il pericolo valanghe era stimato a 3 su 5, con un fattore aggravante non trascurabile: l’aumento delle temperature, che sta compromettendo progressivamente la coesione del manto nevoso.

Due episodi, due esiti molto diversi, ma un denominatore comune: la fragilità dell’ambiente d’alta quota, accentuata da un inverno reso sempre più imprevedibile dai cambiamenti climatici. Solo in Francia, dall’inizio della stagione, le vittime di slavine hanno già superato quota 29. Un dato che impone una riflessione, soprattutto sui comportamenti in fuoripista, dove la conoscenza del territorio e la consultazione del bollettino valanghe non rappresentano un’opzione, ma strumenti essenziali per la sicurezza di chi sceglie la montagna.

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