L’illusione della vicinanza: la radio come ridefinizione dei confini personali
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Schivare le persone che non conosciamo, di fatto, è una reazione quasi biologica.
Se un estraneo si sposta e si pone a poca distanza dal naso, ognuno di noi prova un fastidio immediato, quasi fisico, anche quando cerca di non darlo a vedere.
Il motivo sta tutto in quel perimetro invisibile che ci costruiamo attorno ogni giorno e in cui decidiamo noi, e soltanto noi, chi fare entrare e chi tenere fuori.
Edward T. Hall questa dinamica l’ha chiamata prossemica. In sostanza diceva una cosa molto semplice: ogni individuo ha una “bolla prossemica”, che sarebbe una bolla fisica astratta in cui ci sentiamo al sicuro, delimitando gli spazi entro cui lasciamo entrare chiunque in base al rapporto che abbiamo con loro. Basta quindi guardare quanto due persone stanno vicine nello spazio per capire che rapporto c’è tra di loro, perché più ci si vuole bene e più quella distanza si accorcia.
Far entrare uno sconosciuto dentro la propria zona di comfort significa ritrovarsi tra i piedi qualcuno che ti limita i movimenti, ti blocca la vista e ti scombussola la percezione di quello che hai intorno.
Insomma, stare vicini agli altri richiede sempre una specie di trattativa continua dei confini personali.
Ma cosa succede al nostro cervello quando questa presenza si fa sentire soltanto attraverso la voce, senza che ci sia un corpo vero e proprio da controllare?
Succede che i vecchi confini saltano del tutto, e noi nemmeno ce ne accorgiamo.
La radio fa proprio questo lavoro: si infila pian piano nelle nostre giornate, mentre guidiamo nel traffico della mattina, mentre prepariamo da mangiare o quando ce ne stiamo buttati sul divano a fine giornata, finché a un certo punto finiamo per affezionarci a uno speaker come se fosse un amico di vecchia data, anche se di lui non sappiamo un bel niente. Anzi, potremmo incrociarlo per strada dieci minuti dopo, magari mentre aspettiamo l’autobus o alla cassa del bar, e tirare dritto senza neanche fare il gesto di salutarlo.
Fai finta di trovarti in coda al supermercato con il carrello pieno. Se dietro di te c’è proprio il conduttore che ti fa compagnia tutte le mattine, tu continuerai comunque a tenere le distanze e a fare attenzione a non sfiorarlo, proprio perché la tua testa non ha la minima idea che quell’uomo qualunque con in mano la scatola dei cereali è la stessa identica persona che ti fa ridere ogni volta che accendi la radio.
Quella voce l’abbiamo legata a certi orari della giornata, alle nostre abitudini domestiche e alle nostre emozioni, e quindi per noi lo speaker resta confinato dentro quei momenti lì, non di certo tra gli scaffali del reparto surgelati.
Ma come fa la radio a fare questo gioco di prestigio con i nostri spazi?
Il trucco sta nel fatto che la nostra bolla di protezione, definita da Hall come “bolla prossemica”, si attiva soprattutto con gli occhi. Se il pericolo non lo vedi con la vista, il cervello si rilassa e spegne i segnali d’allarme, risparmiandosi anche tutta quella fatica cognitiva che ci tocca fare quando parliamo con qualcuno dal vivo, dove dobbiamo stare attenti agli sguardi, alla postura, alle espressioni che facciamo e a tutta una serie di piccoli segnali del corpo che spesso creano tensione sociale.
La radio spazza via il corpo in un colpo solo. E togliendo di mezzo la fisicità, riesce a usare la lingua dell’intimità senza farci sentire in pericolo, trasformando uno sconosciuto qualunque in un compagno discreto per quando siamo soli.
È una specie di prossemica dell’invisibile nata quasi un secolo fa con le prime trasmissioni via etere, ma che oggi continua a cambiare forma tra le puntate dei podcast e le chiacchierate con le intelligenze artificiali.
E allora, in una società che tende a fidarsi sempre di più di quello che sente nelle orecchie e sempre meno di ciò che può toccare con mano, viene da chiedersi che cosa rimarrà, alla fine di tutto, del significato di stare davvero vicini a qualcuno?
Forse lo capiremo una mattina, quando accenderemo la radio e quella voce non ci sarà. La cucina sarà la stessa, il tragitto pure. Eppure mancherà qualcuno. Qualcuno che non abbiamo mai incontrato, ma a cui avevamo fatto posto.
